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ARTICOLO

Palomar, di Italo Calvino

di Eloise Lonobile

Nella categoria: HOME | Analisi critica

 

C'è un testo che abbiamo affrontato molto tempo fa nel Gruppo di Lettura, su questo sito, che mi è rimasto particolarmente caro e che vorrei oggi presentare come sintesi delle osservazioni emerse durante la discussione: è Palomar, di Italo Calvino. Cercherò quindi di tirare le somme di quella discussione, ovviamente in veste del tutto personale, ma anche citando, dove possibile, gli interventi fatti da altri, comunque convinta che sul testo ci sia da dire infinitamente di più.

Ma iniziamo intanto con l'inquadrare l'opera. Palomar è una raccolta di racconti inaugurati intorno al 1979 e poi pubblicati nel 1983 da Einaudi. Di questo libro lo stesso Calvino dirà:

Rileggendo il tutto, m'accorgo che la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato.

Nato come raccolta di racconti iniziati singolarmente, prende però subito corpo come un'opera organica, e convince l'ipotesi che il testo, considerato nel suo complesso all'epoca della pubblicazione, appare in realtà piuttosto come una sorta di romanzo di cui i vari racconti rappresentano i capitoli.

In una avvertenza finale al libro, lo stesso Calvino indica al lettore 3 aree tematiche:

  • esperienza visiva
  • elementi antropologici e culturali
  • speculazioni

In realtà queste aree paiono più un tentativo a posteriori di dare un ordine all'insieme dell'opera piuttosto che un vero e proprio programma espositivo della raccolta. Di sicuro, le tre aree tematiche indicate da Calvino danno l'idea di quanto questo "romanzo", come abbiamo voluto considerarlo, sia di tipo «filosofico, anzi: gnoseologico, poiché racconta l'esperienza di un rapporto cognitivo (ma la cognizione non è mai disgiunta dalla moralità), delle sue contraddizioni, del suo fallimento» (Tiziano). Ma, continua Tiziano:

se lo definiamo come un romanzo dovremmo individuarne l'intreccio. La conclusione è la morte di P.; l'esordio, cioè il momento della rottura di un equilibrio nella situazione iniziale, è il racconto "Lettura di un'onda". In questo racconto viene compiutamente esibita la crisi iniziale, la difficoltà di rappresentare la complessità del reale attraverso la sua modellizzazione. Perché P. vuol vedere un'onda, ma ben presto si accorge che l'onda non esiste, è una proiezione cognitiva. P. in effetti sta cercando nel mare l'idea dell'onda, il tipo, il modello. E' il fondamentale scacco della ragione da cui inizia la discesa agli inferi cognitivi di P.

Questa ricerca cognitiva del personaggio principale ricorda alcuni modelli letterari precedenti. Il primo ad essermi venuto in mente è Monsieur Teste di Paul Valéry. Come lui, anche Palomar è un uomo che ricerca una "verità", una "legge", attraverso l'uso del suo intelletto e di strumenti e approcci volta per volta "scientifici", mirati. O almeno così vorrebbero essere. Infatti, mentre Monsieur Teste è un campione dell'intelletto, è l'uomo che è riuscito a dare all'esercizio intellettuale la sicurezza e il vigore dell'istinto, al Signor Palomar quello che manca è proprio questa immediatezza e facilità: egli deve continuamente riportare, sforzare la sua mente a concentrarsi sugli esercizi cui si dedica, e il risultato è tutt'altro che soddisfacente, vuoi per motivi intrinseci alla sua natura (ad es. si innervosisce sulle mappe celesti) che per motivi esterni (la realtà è "mal padroneggiabile").

Un altro modello precedente potrebbe essere il personaggio di Roquentin, ne La nausea di Sartre: ecco un altro uomo alle prese col suo rapporto col mondo, o meglio ancora col rapporto che il mondo reale ha col mondo delle etichette, del linguaggio: un altro tema caro a Palomar. Ci si chiede: il mondo esiste perché c'è l'uomo che lo guarda o esso esiste indipendentemente da qualsiasi sguardo? da qualsiasi linguaggio che ne parla? da qualsiasi testa che lo pensa?

Come sottolineato da Pipupos, è questo punto in particolare che viene toccato quando si parla della

mutua comunicazione tra oggetti e soggetti, tra la "muta distesa delle cose" e le persone, tra formaggi e clienti... comunicazione resa pero' praticamente impossibile dal filtro di nomi, concetti, significati, storie, contesti e psicologie (e mi rifaccio qui a tutto quello che impedisce "la semplicita' d' un rapporto fisico diretto tra uomo e formaggio"), che confinano la reciproca percezione dei segni e degli ammicchi a "fortunate coincidenze in cui il mondo vuole guardare ed essere guardato nel medesimo istante". E in attesa di queste coincidenze noi, come il gorilla albino, "rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono".

Viene in mente anche un altro testo, in particolare leggendo l'episodio dell'onda che Palomar guarda cercando di carpirne l'essenza: Oceano mare di Baricco. Qui, in alcuni personaggi c'è la stessa volontà di "catturare" qualcosa che non è circoscrivibile, come il pittore che dipinge l'oceano con i suoi innumerevoli tentativi sempre ricominciati o come quando Bartleboom guarda il mare e il narratore commenta:

"Nel cerchio imperfetto del suo universo ottico la perfezione di quel moto oscillatorio formulava promesse che l'irripetibile unicità di ogni singola onda condannava a non esser mantenute".

Un altro modello importante, ma questa volta interno al mondo calviniano, è Marcovaldo: Palomar sembra essere una sorta di Marcovaldo disincantato, che non si accosta più al mondo se non intellettualmente.

Ma la cosa che più di tutte salta agli occhi da questo confronto è che, seppure abbiamo sempre un uomo alle prese col tentativo di definire le coordinate del mondo in cui si muove (o di capire se queste coordinate esistono), qua il personaggio lo fa in un MODO assolutamente personale. Mentre infatti il Monsieur Teste di Valéry è un serissimo campione dell'intelletto, una potenza quasi inumana, e il povero Roquentin è preda di una nauseante e tragica esperienza del reale, il signor Palomar invece... fa sorridere, è preso alla leggera per certi versi dallo stesso Calvino, è raccontato con interesse ma anche con ironia. Gli effetti delle sue concentrazioni/meditazioni/esperimenti sono talvolta grotteschi (la ragazza in topless che scappa infastidita è una scena stupenda, come anche quella del negozio di formaggi). Le domande che pone Calvino attraverso Palomar sono tutt'altro che nuove: sono serissime questioni filosofiche ampiamente dibattute. Ma il modo ironico di raccontarle, il tipo di personaggio attraverso cui le fa vivere e anche il finale stesso sono assolutamente calviniani.

Ciò che emerge da questo romanzo sono dunque due elementi:

  1. il nucleo del libro sembra essere uno scacco cognitivo (quasi tutti i racconti sembrano replicare la struttura: osservazione di un fatto/evento > descrizione/complicazione del fatto/evento > conclusione-non conclusione);
  2. contemporaneamente, il libro si interroga e mette in scena un'interrogazione sul metodo (quale metodologia è possibile perseguire per intraprendere una ricerca della conoscenza votata allo scacco?).

Questa riflessione viene perseguita da un lato da Palomar, dall'altro dallo stesso Calvino, che in quanto autore affronta tutte le problematiche del suo personaggio + una: come rappresentare queste problematiche in un testo letterario? E' qui che incontriamo nuovamente l'ironia.

Secondo Kerbrat-Orecchioni (in Problemi dell'ironia), esiste un tipo di ironia essenzialmente VERBALE: e l'ironia letteraria è proprio di questo genere. Quello che contraddistingue l'ironia verbale da quella che ha come oggetto solo i fatti, e non il linguaggio, è l'esistenza di almeno 3 attori presenti nel processo ironico: a livello letterario, si tratta del locutore (l'autore), della vittima dell'ironia (il personaggio) e dello spettatore, colui che assiste all'ironia (il lettore). Tornando a Calvino, è come se la domanda fosse: come si possono trattare certi argomenti in un testo letterario, dove io autore mi trovo a rendere conto della mia materia (il personaggio, la storia) al lettore? Non dimentichiamo inoltre che il libro finisce col desiderio da parte del personaggio di (de)scrivere ogni istante della sua vita. Anche Palomar vuole diventare in qualche modo autore del suo stesso personaggio, quasi un secondo Calvino. Con la differenza che a lui forse manca un'arma importante per affrontare il compito che si è dato, e che invece Calvino possiede: cioè proprio l'ironia. Ed è proprio questo che permette a Calvino di andare avanti nella questione, scrivendo effettivamente il libro, cosa che Palomar è impossibilitato a fare (muore: altro scacco).

Il tema della scrittura è rilevante in questa raccolta e in generale rappresenta uno degli argomenti di approfondimento prediletti e necessari a Calvino. Scrivere in fondo significa raccontare qualcosa, quindi porsi di fronte al problema di una rappresentazione del mondo. Ritroviamo questo tema in un altro racconto di Calvino, "Il conte di Montecristo" (in Ti con zero): nel tentativo di immaginare piani di fuga dal carcere del Chateau d'If, il conte di Montecristo e l'abate Faria vanno elaborando sistemi diversi (dunque diverse narrazioni di fuga) tra loro: si va dal metodo direi "costruttivo" (l'Abate Faria che tenta di rappresentarsi la fortezza-carcere esaminandone all'infinito ogni centimetro, per cercare di eliminare ogni errore o imprecisione del proprio modello e arrivare così al modello perfetto) al metodo "distruttivo" (il conte cerca di farsi una rappresentazione della fortezza come di un modello perfetto in partenza, dal quale l'evasione è possibile solo nel caso vi si trovasse una falla), dove il primo metodo però è destinato alla complicazione, mentre il secondo alla semplificazione. Detto questo, il racconto affascina anche perché ad un certo punto si passa ad una riflessione di metodo sull'elaborazione di una storia: la ricerca di un metodo di interpretazione del mondo diventa elaborazione di un testo iperbolico, che nasce procedendo in positivo (esaurendo tutte le possibilità della sua trama) o in negativo (eliminando gli impossibili). A questo punto, precisa Calvino, "per progettare un libro la prima cosa è sapere cosa escludere".
Tornando a Palomar, possiamo affermare che proprio l'ironia diventi un mezzo (tentato, come tanti altri) per dare una rappresentazione del mondo. Tra possibili e impossibili, tra percorsi in positivo e in negativo, tra "pieni" e "buchi", l'ironia è, tra tutte, la figura retorica più adatta a livello stilistico a rappresentare nel linguaggio questa ricerca gnoseologica.

Il tema della scrittura si ritrova anche nei paragoni sopra citati. Ad esempio, anche in Marcovaldo si finisce con un, seppur abbozzato, accenno al tema della scrittura/lettura, quando nel finale troviamo:

Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina.

Così Calvino ritorna, per così dire, a galla dal livello della narrazione al livello che gli addetti ai lavori chiamerebbero "extra-diegetico", dove troviamo, appunto, l'autore e le problematiche relative alla narrazione da lui affrontate.

Anche ne La Nausée di Sartre il finale chiude con la possibilità, come ultima speranza di salvezza per Roquentin, di scrivere un libro, e anche qui, un po' come Palomar che vuole descrivere ogni istante della sua vita, si pensa a una proiezione al passato della propria esistenza. Tuttavia, di nuovo le analogie si fermano quando evidenziamo il rapporto tra l'autore e il suo personaggio. Qui di seguito cito traducendo liberamente dalla Nausée:

C'era un povero cristo che aveva sbagliato mondo. Esisteva come tutti gli altri, nel mondo dei giardini pubblici e dei bistrots, delle città commerciali e che voleva persuadersi di vivere altrove, dietro le tele dei quadri, con i dogi del Tintoretto, con i gravi fiorentini di Gozzoli, dietro le pagine dei libri, con Fabrizio del Dongo e Julien Sorel, dietro i dischi di foto, con i lunghi gemiti secchi del jazz. E poi, dopo aver fatto l'imbecille, ha capito, ha aperto gli occhi, ha visto che c'era un errore (...) ha pensato che era un imbecille. E a questo punto, dall'altra parte dell'esistenza, in quest'altro mondo che si può vedere da lontano, ma senza mai avvicinarlo, una piccola melodia si è messa a ballare, a cantare: "E' come me che bisogna essere; bisogna soffrire a misura".(...)
Non potrei forse provare... Naturalmente, non si tratterebbe di musica... ma non potrei forse provare, in un altro genere...? Bisognerebbe che fosse un libro: non so fare altro.(...) Bisognerebbe che s'indovinasse, dietro le parole impresse, dietro le pagine, qualcosa che non esiste, che fosse al di sopra dell'esistenza.(...)
E riuscirei - al passato, solo al passato - ad accettarmi.

Roquentin alla fine viene lasciato da Sartre con un messaggio di speranza, e soprattutto si intuisce fortissima una immedesimazione dell'autore nel personaggio. Palomar invece viene fatto burlescamente morire da Calvino. Anche perché, con un personaggio votato al ragionamento all'infinito e che si ritrova spesso ad andare "in loop", l'unico modo per uscirne è ricordarci che nella vita l'interrogazione cognitiva è assolutamente superfetatoria. E quindi, come conclude Tiziano:

Si parte dall'ovvietà del buco, per scoprire che non è per niente ovvio; cos'è un buco? non è qualcosa, è nulla, eppure lo pensiamo come una cosa; sta dentro o fuori altre cose? ecc. ecc. Così facendo la realtà si fa enigmatica, inquietante, perturbante, angosciante (per Palomar come, ma in modo diverso, per Roquentin). Siccome questa perturbazione è determinata dall'ambiguo rapporto tra soggetto e oggetto, un modo per eliminarla è sopprimere il soggetto: Palomar muore, the end.

 

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