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Giacomo Leopardi, tra poetica e pensiero

di Federica Masi

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Introduzione

Giacomo Leopardi è una delle figure letterarie più complesse da studiare ed esplorare, definito dai molti “il poeta dei giovani”, per via della sua personalità ricca di ombre e costantemente tesa verso l’infinito.
In questo breve saggio si tenta di conoscere, in modo più semplice, il pensiero leopardiano che distinguiamo in diverse tappe, corrispondenti alle fasi diverse della sua esperienza di vita.

Qualche cenno sulla vita…

Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici. Il padre era un fervido assertore dell’ancien regime dal carattere particolare, narcisista e attaccabrighe, mentre Adelaide Antici era una donna di casa, molto brava nella gestione del patrimonio ma pessima nel ruolo di madre. È necessario soffermarsi, prima di procedere con l’analisi del pensiero leopardiano, sul periodo dell’infanzia e adolescenza che il giovane Giacomo trascorre tra le mura domestiche in un ambiente ottuso e privo di affetto e premure, probabilmente questa atmosfera fu la ragione scatenante del suo essere inquieto. Infatti il padre Monaldo tentò di indottrinarlo e di aprirgli la strada verso la cultura classica, riservandogli la Biblioteca Leopardi, dove Giacomo trascorse gran parte dei suoi anni dedicandosi alla traduzione di classici latini e greci, diventando un sensibile filologo. Il contatto con la biblioteca paterna gli spalancò le porte del cattolicesimo illuministico, fondato sui valori autentici e razionali, ripudiando tutto il resto. Con il passare degli anni, anni in cui Leopardi si dedica allo studio «matto et disperatissimo», peggiorano anche le sue condizioni di salute, quindi iniziano i primi disturbi agli occhi e alla schiena. Leopardi si dimostra sin da subito un bambino prodigio e di ciò abbiamo testimonianza dal fratello Carlo, costretto a condividere la stanza con lui, il quale racconta delle notti passate a scrivere fino allo spegnimento dell’ultima candela.

Gli anni della fanciullezza furono i migliori per l’inquieto Leopardi, così come scrive Pietro Citati nella   biografia del poeta: «Nel 1819 ricordava con nostalgia nello Zibaldone le sue condizioni di qualche anno prima, quando aveva sedici o diciassette anni […] non conosceva noia o disturbi, viveva “con una speranza riposata e certa di un avvenire molto migliore […] solo allora visse contento del presente».
Ben presto però inizia a discostarsi dal retaggio della famiglia Leopardi, in concomitanza con l’avvicinamento a Pietro Giordani, di stampo liberale, con il quale intrattiene una lunga corrispondenza che finisce per diventare una solida amicizia. L’amicizia con il Giordani lo introduce al gusto neoclassico e alla dottrina del purismo, e questo mutamento provoca un’ulteriore distanza tra Giacomo e i suoi genitori, con la conseguente repulsione per il natio borgo di Recanati.

Il pensiero leopardiano

Il pensiero di Leopardi viaggia su un lungo filo rosso che lega indissolubilmente la propria esperienza di vita con la filosofia. È sbagliato, secondo Giulio Ferroni, etichettare Leopardi come un filosofo “per professione”, trascurando la sua esistenza, poiché le sue riflessioni nascono sempre dalle domande esistenziali che il poeta pone a se stesso.

A questo punto ci viene in aiuto un importante scritto inedito di Leopardi Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818), che introdusse il poeta nella polemica tra classicisti e romantici, aperta da un testo di Madame de Staël Sulla maniera e la utilità delle traduzioni, in cui si esortavano gli italiani ad avvicinarsi alla letteratura d’oltralpe, ormai sulle tracce del Romanticismo. Bisogna, però, premettere che esisteva una netta differenza tra il Romanticismo europeo e quello italiano: il primo nasce con l’acquisizione di una nuova sensibilità sociale in risposta allo scenario politico apertosi con le rivoluzioni, e quindi si esprime spaziando tra follia, distruzione, malattia, fallimento, titanismo ed esasperato senso dell’io e dell’irrazionale; il secondo si presenta più moderato , ma con temi ricorrenti quali la soggettività, la tensione all’infinito, il conflitto interiore. La posizione assunta da Leopardi, invece, propone una nuova linea poetica, che noi chiameremo classicismo romantico, poiché apprezza il classicismo delle origini in quanto esempio di poesia spontanea, e abbraccia alcuni motivi del Romanticismo, tra cui il culto della fanciullezza.

Il pessimismo storico

La poetica leopardiana è possibile ripercorrerla leggendo lo Zibaldone dei pensieri, nato da una commistione di scritti, attraverso cui ricostruiamo il pensiero in tre fasi.

La ricerca di Leopardi, che lo attanagliò per tutta la vita, fu la felicità dell’uomo. Egli è convinto che la felicità derivi dal raggiungimento del piacere innato che l’uomo ha dentro sé; un piacere infinito, spiega nello Zibaldone, che l’uomo non riesce mai a colmare. Soltanto la natura, inizialmente madre benigna, permette alle sue creature di accedere ad una condizione di momentanea felicità attraverso l’immaginazione e le illusioni. Però nell’età della Restaurazione, tanto stigmatizzata dal poeta, gli uomini a causa della fame di conoscenza, hanno distrutto il velo della fantasia con l’impiego della ragione. Secondo Leopardi soltanto il mondo classico poté conoscere la felicità, perché ignorava ogni altro aspetto esterno.

A tal proposito, Pietro Citati osserva: «la natura aveva scelto accuratamente per l’uomo non tutto l’universo, ma una parte ristretta e mediana, quella dove era fiorita la civiltà classica. Ma l’uomo ha troppo appetito. Il suo desiderio di perfezionamento lo pone in rapporto con tutto il mondo». È esattamente ciò che credeva Leopardi, condividendo la teoria di Vico, secondo il quale la vera poesia nasce dalla fantasia e per cui i veri poeti sono i bambini o i popoli antichi. Si apriva così una frattura tra antichi e moderni   ̶  quest’ultimi aridi e vittime del servilismo  ̶  ma il poeta ammetteva l’esistenza di un recupero della poesia antica. Come? Attraverso il filtro della memoria, altro concetto chiave della poetica, che consentiva di rivivere l’esperienza infantile mediante la poesia del sentimento. La poesia leopardiana, quindi, deriva dai ricordi lontani nel tempo e nello spazio, come scrive nelle pagine dello Zibaldone, ai quali fa da sfondo un paesaggio gentile, nostalgico e arcadico.

Conversione filosofica e pessimismo cosmico

 Intorno al 1819, però, in Leopardi si scatena una conversione filosofica, che lo porta ad abbandonare il cattolicesimo familiare e ad avvicinarsi alla filosofia sensistica, di matrice illuministica, e così decadono le ultime illusioni e speranze nell’animo del poeta. Questa fase peggiora dopo il 1823, quando si complica il rapporto tra natura, ragione e felicità, a causa di un accostamento al meccanicismo materialistico, secondo cui la natura, non più madre benigna bensì matrigna, esegue delle leggi meccaniche, necessarie per favorire il ciclo della vita, di nascita e distruzione, noncurante delle esigenze degli uomini. Ed ecco che il pensiero leopardiano si infittisce sempre di più, sfociando in un pessimismo cosmico o universale, in cui l’unica alternativa è l’accettazione del vero e della realtà.

L’ultimo Leopardi e la critica letteraria

L’ultimo Leopardi è consapevole dell’antagonismo della natura e trasforma questa sua amara delusione in riscatto sociale, evidente ne La ginestra. Il percorso esistenziale compiuto da Leopardi segue delle tappe ben precise, scandite dai suoi scritti, ognuno dei quali rispecchia la volontà dell’animo del poeta.

Mario Fubini nella poesia leopardiana coglie il tratto dinamico delle composizioni, distinguendo così i poeti della tradizione da Leopardi. Secondo il critico, i poeti tradizionali erano soliti procedere in due tempi per la stesura di una poesia: prima la strutturavano e poi la definivano. Il prodotto appariva accurato, chiaro, strutturato, ma alquanto statico. Mentre, sostiene Fubini, l’andamento di Leopardi lo dettava l’animo e quindi procedeva a un solo tempo, in cui all’inizio appariva incerto e timido ma che a via via prendeva velocità fino a esplodere nella sua perfezione. Giacomo Leopardi è un autore difficile da classificare, poiché ogni cosa parrebbe limitante e parziale. Infatti, Benedetto Croce affermava che definire Leopardi «il poeta del pessimismo» sarebbe una contraddizione, poiché il pessimismo nega la forza della vita, e al contrario, con l’impiego della poesia Leopardi trasmette un inno alla vita. Francesco De Sanctis ritrova altre contraddizioni nel pensiero leopardiano, e a tal proposito scrive :« Leopardi produce l'effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto». Pertanto Leopardi potremmo definirlo pessimista nei periodi impoetici, quando avverte l’assenza di una passione, per il tempo restante è trasportato continuamente dai moti dell’anima.

 

 Leggi anche: Analisi testuale di Giacomo Leopardi, L'infinito

 

Federica Masi è nata a Brindisi nel 1997. Laureata in lettere moderne presso l'Università di Bologna. Appassionata di letteratura, arte e politica. Collezionista e lettrice di libri. Sostiene da sempre l'intero mondo della cultura.

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