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ARTICOLO

Mrs Dalloway, di Virginia Woolf

di Eloise Lonobile

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Questa analisi si basa sulla lettura dell'opera di Virginia Woolf, Mrs Dalloway, fatta qualche tempo fa sul forum di lettura ospitato su questo sito. Le considerazioni fatte sono quindi perlopiù frutto della mia lettura del testo, ma anche dei partecipanti alla discussione.

Mrs Dalloway è un romanzo scritto nel 1925, ambientato più o meno negli stessi anni, in Inghilterra. E' un periodo storicamente, socialmente e politicamente molto importante. Dal punto di vista della Woolf, autrice coinvolta in prima persona sui diritti delle donne, esso rappresenta l'approdo a una scrittura molto moderna, dove la sperimentazione narrativa si mescola alla rivendicazione del ruolo della donna. Come ci ricorda Ombra:


Il libro è stato scritto nel 1925, periodo in cui l'autrice era nella fase di più acuto contrasto con il romanzo tradizionale. In Clarissa Dalloway l'autrice, avendo preso consapevolezza della natura lirica del suo talento, infuse, a mio avviso, tutto il suo senso di attaccamento e amore nei confronti della vita. (...) E' uno dei romanzi che testimonia come tra Ottocento e Novecento il romanzo naturalista decade. Da questo sistema nasce un nuovo romanzo nel quale non esiste una realtà oggettiva e tutto si spinge verso il soggettivismo. Tale spinta ci porta dunque verso l’interiorità dei personaggi e rende chiara tra la “rottura” dell’orologio del romanzo . In Mrs Dalloway, gli onnipresenti rintocchi del Big Ben si pongono a dimostrazione di come il tempo oggettivo non combaci con la durata interiore, quest’ultima tutta giocata su contrazioni, dilatazioni, rievocazioni passate. In questo quadro, non è difficile comprendere come il romanzo di Virginia Woolf si sviluppi in un unico giorno, una normalissima giornata di giugno dal mattino alla sera. 
Questo romanzo dice molto nella profondità e ricchezza di pensiero dei suoi personaggi, in cui la scrittrice “affonda la penna” e lo sguardo. Lo stile modernissimo si costruisce, come accade con molti romanzi del Novecento, seguendo quell’arte di montaggio che nella Woolf si serve del paesaggio metropolitano che diviene catalizzatore della svolta narrativa ed eco del vario sentire dei personaggi; ed anche si realizza nella grandiosa abilità nel passare da un personaggio all’altro fino ad arrivare, dopo averci fatto addentrare nella più profonda e recondita interiorità di tutti i caratteri (da Clarissa a Septimus da questo a Peter Walsh), al finale, alla festa di Clarissa, dove non qualcosa si capisce, ma tanto, tanto si capisce; della vita, della morte, della saggezza, della follia, dell’uomo.
Mrs Dalloway è un romanzo strutturalmente complesso ma abilmente orchestrato, la stessa Woolf lo definì il suo romanzo più completo, e la cui genesi e volontà ci è data proprio dalla stessa Virginia Woolf dove, in poche righe nel Diario di una scrittrice (1953) che cito fedelmente, riassume gli intenti che si prefisse: “Voglio dare la vita e la morte, la saggezza e la follia; criticare il sistema sociale e mostrarlo nell’opera, nel momento di massima intensità.”


Il romanzo si caratterizza per un narratore molto particolare. A differenza dei narratori standard dei romanzi classici, perlopiù onniscienti e che raccontano la storia parlando in terza persona, in questo romanzo abbiamo a che fare con un narratore che potrei definire "fluido", cioè capace di passare da un personaggio all'altro, di entrare nella loro interiorità con una specie di "volo narrativo" che va da un flusso di coscienza a un altro.

La storia quasi non esiste: racconta soltanto i preparativi di un ricevimento da parte di una padrona di casa, Mrs Dalloway. Il narratore segue Clarissa Dalloway durante la sua giornata a Londra, nei preparativi della serata, e durante lo svolgersi della festa. Una sola giornata, quindi, viene raccontata: ma in realtà su questa trama sfilacciata si dipana un intero romanzo dove passiamo dalla coscienza di Clarissa a quella dei personaggi che incrocia, in un andirivieni scandito solamente dal rintocco delle ore da parte del Big Ben, quasi come fosse l'unico appiglio oggettivo a una moltitudine di soggettività. Questo è forse il romanzo in cui la Woolf esprime al meglio un concetto di vita come fosse una moltitudine di cose, e mentre Clarissa tenta di nuotare in questo mare vitale di flussi, d'altra parte abbiamo Virginia che, con grande maestria autoriale, vola nel mare delle coscienze dei suoi personaggi.

A fare da "collante" tra i vari personaggi e i "voli" della narrazione vi è il personaggio di Clarissa Dalloway. Per certi versi, questo personaggio può sembrare una donna priva di sostanza e piuttosto convenzionale (Clarissa non vive, vegeta - dice Rosella), ma secondo me ha invece un ruolo fondamentale (evidenziato anche dal fatto che dà il titolo al romanzo). Nonostante le molte pecche e fragilità, la storia stessa mostra come tutto giri e si polarizzi intorno a lei, e la festa finale rappresenta un po' l'apice di questa polarizzazione. Così, anche se nel romanzo sembra che ogni personaggio abbia difficoltà a uscire da sé, si nota comunque che tra marito e moglie, anche nei silenzi reciproci, reciprocamente ben comprendono la natura del loro amore; che nonostante la distanza tra Clarissa e la "generalessa", tra loro si cela una stima profonda; che è una donna che ha polarizzato per anni l'attenzione di un altro personaggio non banale, Peter Walsh; che ha attirato l'amicizia della stravagante Sally; eccetera. Non può trattarsi di un personaggio convenzionale e basta. Può essere che non rappresenti l'ideale femminile della Woolf, ma è altrettanto vero che lei dà voce in alcuni passi ai pensieri stessi dell'autrice, per esempio in un passo come questo:

Ma lei disse, quel giorno (...) di sentirsi presente dovunque: non soltanto qui - "qui, qui", e batté le nocche sullo schienale del sedile - ma da tutte le parti. Fece un cenno con la mano, quel giorno, per Shaftesbury Avenue: dappertutto era, lei. Sicché, per conoscerla - per conoscere chiunque è necessario strologare tutti quelli che completano una data persona; e anche i luoghi. Strane affinità ella aveva con persone cui non aveva mai rivolto la parola (...). Si andava così a parare in una teoria trascendentale che, unita al suo terrore della morte, a lei consentiva di credere, o dir di credere (nonostante tutto il suo scetticismo) che, dal momento che le nostre "apparizioni", cioè la parte di noi che compare, sono così fugaci, momentanee, in confronto all'altra parte, la parte che di noi non si vede e che invece si effonde e diffonde, potrebbe essere proprio quest'ultima a sopravvivere (la parte invisibile) e venir recuperata in qualche modo, attaccata a questa o a quell'altra persona, o magari presente in certi luoghi, dopo la nostra morte. Forse... può darsi.

Un passo che si può anche leggere come un meta-testo, in cui sembra quasi che la stessa Woolf espliciti una sua teoria della vita, lei che non a caso ha detto: Life is a luminous halo. La vita è come un alone luminoso, c'è un qualcosa che brilla ma i contorni sono sfumati e pieni di minuscole particelle di nebbia, e così com'è la vita così sono anche le persone, questo sembra dirci la Woolf, e Mrs Dalloway è un po' la rappresentazione testuale, o la "messa in scena", di questa visione della vita.

Ad accentuare questa importanza del personaggio-fulcro, troviamo un altro passo in chiusura del romanzo, dove stavolta il narratore si immerge nei pensieri di Peter Walsh:

Cos'è questo terrore? E questa estasi, cos'è? si chiedeva tra sé e sé. Cos'è che mi mette addosso questa smania straordinaria? È Clarissa, si disse.
Infatti, lei era lì accanto.

Questo passo è decisivo perché ci permette di formulare l'ipotesi che Virginia Woolf instauri una similitudine nel romanzo:

Clarissa = Vita

Un altro aspetto importante è la dicotomia che c'è tra "Mrs Dalloway" e "Clarissa" tout court: la prima dà titolo al romanzo, ma funge anche da "etichetta" sociale affibiata alla donna nel suo ruolo pubblico di moglie, ecc; la seconda rappresenterebbe invece la donna nella sua essenza più intima e vitale. Questa dicotomia riappare in un momento in cui la protagonista si guarda allo specchio:

Quante migliaia di volte aveva visto la propria faccia e, sempre, con quella stessa, impercettibile smorfia (...) Quella era lei quando un certo qual sforzo, un certo qual invito a essere se stessa, connetteva le varie sue parti insieme, quanto diverse solo lei sapeva, quanto incompatibili, e riunite così, per il mondo soltanto, intorno ad un unico centro, in un unico prisma...

Proseguendo nella narrazione, troviamo Clarissa che da queste riflessioni sulla sua natura molteplice - capace di rimanere "compatta" forse solo attraverso gli occhi degli altri e delle "etichette" che porta addosso - prova sollievo proprio nel fatto che c'è qualcosa di "solido" ed esterno a lei che la tiene compatta (appunto il suo ruolo esteriore di Signora e Padrona di casa), in profonda opposizione con la natura sfaccettata e volatile della sua interiorità. Ed è a questo punto che si dice:

Fu pervasa da un senso di pace, era calma, contenta (...). Così in un giorno d'estate le onde si rigonfiano, si frangono e ricadono; si raccolgono e cadono; e il mondo intero sembra dire "questo è tutto" sempre più ponderosamente, finché persino il cuore, nel corpo che giace sul lido, sotto il sole, dice anch'esso: questo è tutto. Più non temere, dice il cuore, fear no more, dice il cuore, affidando il suo fardello al mare, che sospira collettivamente per tutti i dolori, e si rinnova, ricomincia, raccoglie, lascia cadere.

Questo fear no more, in lingua originale anche nel mio testo tradotto, rappresenta sicuramente un motivo costante nel romanzo: fear no more, si ripete Clarissa, perché per fortuna c'è il marito Richard a darle stabilità; fear no more, perché c'è una casa di cui essere una padrona di casa affermata; fear no more, infine, perché la festa nel finale darà alla protagonista la sensazione di essere una presenza concreta nel mondo, dinanzi agli altri, e non solo un'ombra, un'essenza fuggevole che sfiora soltanto le altre esistenze e si rifugia dentro sé, come invece fa Septimus. C'è terrore e ansia dietro tutto questo, che è un po' quello che sente Peter quando avverte la presenza di Clarissa alle sue spalle. Forse è proprio per questo che i due non si sono sposati, anzi non sono mai stati "sposabili": sarebbero stati entrambi troppo inclini a provare terrore e ansia di fronte alla vita, al contrario di Richard che ha dato a Clarissa una stabilità mentale. In effetti i due potrebbero essere visti come le due facce dello stesso personaggio: Peter è la Clarissa che non ha mai trovato un perno solido sul quale appoggiarsi. Peter in fondo non ha mai rinunciato a Clarissa ed è vissuto con questa irrequietezza nel cuore; Clarissa ha rinunciato a Peter ed è questo che le ha dato la possibilità di appoggiarsi a Richard e ciò che lui rappresenta per lei. 

Come già accennato sopra, il personaggio chiave del romanzo che si contrappone completamente a Clarissa è Septimus, il malato di mente sopravvissuto alla prima Guerra Mondiale che non riesce a vivere con gli altri e con la moglie, e che finirà suicida proprio mentre Clarissa apre la sua festa. Quindi mentre lei sembra rappresentare la vita, o comunque si fa portavoce di elementi vitali, Septimus al contrario si fa portavoce di elementi di morte, di autodistruzione. Non a caso introduce nel romanzo una riflessione sulla Guerra. Come dice Ombra:


La Grande guerra fa capolino nel romanzo distillata nella tormentata figura di Septimus Warren Smith, il cui cognome, anagrammato, non a caso riconduce a war smitten, ovvero lo sconfitto, il terrorizzato. Septimus è affetto dalla sindrome del sopravvissuto; il suo disturbo mentale affonda le radici nel senso di colpa dell’essere ancora vivo quando i propri compagni sono morti. Quando muore Evans, l’ufficiale al quale era legato da una solida amicizia, Septimus non dimostra alcuna emozione; anzi, si complimenta con se stesso per aver reagito con tanto buon senso. Crede che la guerra gli abbia insegnato qualcosa. La guerra finisce quando lui è a Milano; le bombe lo hanno risparmiato. Una sera, quando lo prende il panico di essere insensibile a tutto, si fidanza con Lucrezia. La guerra è il paradigma della pazzia, una pazzia che non perdona e travolge tutti, anche i più dotati, nella sua folle corsa.


Ma Septimus non rappresenta soltanto l'antitesi con Clarissa, l'antitesi che c'è tra la vita e la morte, oppure il tema della Guerra: egli è anche un importante personaggio che veicola una fortissima critica alla società razionale e deterministica da parte della Woolf. Quando Septimus e sua moglie Lucrezia si recano dal grande psicanalista Bradshaw si svolge tutta una critica sul modus operandi della neo branca medica psicanalista borghese, e i giudizi del narratore sono piuttosto espliciti nel condannarli. Alla fine della visita medica, ai rintocchi del Big Ben che accompagnano la passeggiata di Clarissa armonizzandosi al tempo soggettivo della sua interiorità, vengono contrapposti gli orologi di Harley Street:

Tagliando e lacerando, smozzicando e sminuzzando, dividendo e suddividendo, gli orologi di Harley Street rosicavano quella giornata di giugno, consigliavano sottomissione, suffragavano l'autorità, e, in coro, facevan notare i supremi vantaggi del senso delle proporzioni...

Il tempo è dunque protagonista in questo romanzo, perché lo ritroviamo sia nella sua forma oggettiva (il Big Ben e gli orologi che scandiscono le ore) sia in quella soggettiva (i rintocchi del Big Ben che vengono sentiti da Clarissa in modo del tutto soggettivo). Ma il tempo è anche una scelta stilistica notevole in questa narrazione. Come nota Ombra, il sistema dei tempi nel testo è piuttosto confuso: il presente dei personaggi è dato al passato e il loro passato, che dovrebbe per logica prevedere il trapassato, non è sotto questa forma. Il tempo rimane lo stesso. Si configura dunque una sorta di dimensione dove domina l’imperfetto, che rivela un non concludersi dell’azione come se la Woolf volesse mantenere una tensione duratura nella narrazione. Al contempo, questa sorta di indeterminatezza verbale accentua maggiormente la sensazione che, nel romanzo, il tempo viene rappresentato nella sua dimensione soggettiva, che appare quindi sotto tutti i punti di vista, anche nella sua prospettiva psicologica (la stessa presenza di Septimus ci autorizza a considerarla una chiave interpretativa importante). Certo, come dice Rosella, qui "ci sarebbero pillole per tutti", ma è forse questa la prima conseguenza del calarsi veramente dentro l'interiorità di ogni personaggio.

I riferimenti alle scoperte e alle sperimentazioni dei primi anni del Novecento sono numerosi: dalla scoperta dell'inconscio al tempo soggettivo di Bergson, dalla frammentazione dell'io all'importanza della memoria di Proust, alle nuove forme narrative che tentano un approccio più introspettivo e sfaccettato di rappresentazione del reale.

 

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