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Il caso di E. Ferrante e l’anello di Sainte-Beuve

Una riflessione sui rapporti tra autore reale e autore implicito

di Antonio Lagrasta

Nella categoria: HOME | Teorie letterarie

 

Può sembrare ridicolo, ma al di là delle polemiche quasi ricorrenti sulla identità della scrittrice E. Ferrante, è possibile rintracciare nella questione aspetti cruciali di teoria della critica. Varie sono le teorie e spaziano dal formalismo russo, dalla critica strutturalista alla critica “ontologica”, alla marxista, alla psicanalitica  ecc. All’interno di questa varietà è possibile individuare due grandi filoni: il primo dà rilevanza, nello studio dell’opera letteraria, alla vita dell’autore e al contesto storico-sociale e culturale; il secondo segue criteri squisitamente formali e ritiene irrilevanti  tutti gli aspetti extratestuali. Non è detto che non vi siano contaminazioni e non è raro che, pur mantenendo il principio dell’autosufficienza del testo, si sia fatto ricorso, più o meno velatamente, a una critica impura, eclettica.

All’origine delle diversificazioni delle teorie novecentesche potremmo collocare la critica postuma di M. Proust in Contre Sainte-Beuve (scritta nel 1908 e pubblicata dopo la morte di Proust), alla tesi fondamentale di Sainte-Beuve secondo cui non è possibile comprendere un’opera se non si conosce a fondo l’autore.
In realtà gli argomenti di Sainte-Beuve costituiscono più un metodo che una teoria vera e propria: il risultato di una ricerca biografica è “un ritratto letterario dell’autore” ; si tratta di una ricerca in cui sono esaminati con metodo “scientifico” tutti gli elementi storici per fare “la storia dell’uomo” come autore. Lo strumento è l’indagine analitica, lo studio del carattere del padre, madre, sorelle e fratelli, dell’ambiente culturale, le personalità influenti ecc. Nel nascente clima positivistico Sainte-Beuve tende quindi a stabilire un rapporto di causa/effetto tra l’esperienza di vita dell’autore e la sua produzione letteraria. Per la minuziosa precisione dell’indagine, Taine definisce “analisi botanica” il metodo dell’autore dei Portraits Littéraires perché è il solo mezzo per mettere in relazione le scienze morali con le scienze positive.

Comunque, a Sainte-Beuve sta a cuore la genesi dell’opera per cui acquistano rilevanza fattori come genio, educazione, circostanze ambientali e storiche. A partire dalla sua prima opera, è come se l’autore iniziasse una seconda esistenza e questo causa uno iato caratterizzato da continuità/discontinuità tra le due vite; cercare, abbracciare tutto l’uomo nel momento del suo primo capolavoro significa poter comprendere “il mistero dell’anello metà di ferro e metà di diamante” che collega la seconda esistenza radiosa, splendida e solenne, alla  prima esistenza oscura, dispersa, solitaria.
Per Proust quello iato è un abisso...

E’ famoso il brano in cui Proust coglie  in maniera appassionata l’aspetto fondamentale della questione:

L’opera di Sainte-Beuve non è un’opera profonda. Il famoso metodo che secondo Taine, secondo Paul Bourger e altri consiste nel non separare l’uomo dall’opera, nel considerare che non è indifferente rispondere prima di tutto alle questioni che sembrerebbero le più estranee alla sua opera (come si comporta ecc.), nel corredarsi di tutte le informazioni possibili sullo scrittore, nel collazionare la sua corrispondenza, nell’interrogare coloro che l’hanno conosciuto chiacchierando con loro se sono viventi, e leggendo quello che hanno scritto di lui se morti, questo metodo ignora ciò che un colloquio un po’ intenso con noi stessi può insegnarci: che un libro è un prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, in società, nei nostri vizi.

Alcuni hanno voluto vedere in questa diffidenza per la biografia e nella critica a Sainte-Beuve un malcelato timore per una possibile intrusione nella propria vita privata; ma questo non toglie niente al valore teorico delle tesi proustiane. Infatti nel brano appena citato è contenuto uno dei principi cardine della semiotica e della narratologia del XX secolo, quello della distinzione tra l’autore come soggetto storico reale e la voce narrante della finzione letteraria o autore implicito.

Ci potrebbero far sorridere le precedenti argomentazioni di Sainte-Beuve, ma occorre aggiungere che, passata l’ondata strutturalista e poststrutturalista che hanno sancito “la morte dell’autore” e l’ingresso della nozione di autore collettivo, negli ultimi decenni si è verificato un ritorno alla biografia; ma una biografia non dozzinale (la “biografia-museo” di Maurois), non più appiattita nella ricerca minuziosa dei nessi causali, ma “comprendente”, fedele a una ispirazione fenomenologica secondo cui l’uomo e l’opera costituiscono una unità indivisibile; una biografia come ricerca critica di comprensione del movimento della vita e del movimento dell’opera.

Ritornando al caso Ferrante, non sappiamo (e forse non sapremo mai) quali motivazioni l’abbiano spinta a nascondere “la parte di ferro” dell’anello di Sainte-Beuve, l’ordine del vissuto, e ad affidare la parte di diamante, l’ordine dell’invenzione, all’anonimato della sua prima opera L’amore molesto, “genesi” della sua fortunata carriera letteraria. E’ una colpa voler conservare l’anonimato? E l’anonimato non è da tempo e spesso praticato?

Ma secondo il linguista e semiologo Jurij Lotman, la qualificazione di un fatto come avvenimento dipende dal sistema dei concetti: la censura delle lettere in epoca zarista era un fatto banale e normale, la violazione della corrispondenza privata in regime di democrazia costituirebbe un evento straordinario. Forse la “colpa” (o una intuizione felice?) di E. Ferrante sta nell’avere scelto l’anonimato nell’epoca del culto della visibilità...

Nel nostro tempo, il tempo del selfie e della visibilità ad ogni costo, non è concesso di restare nell’ombra. L’autrice è stata criticata per aver pubblicato, in  forma d’intervista, una “falsa” autobiografia, La frantumaglia, fatta di menzogne; avrebbe tradito, si dice, i suoi fedeli lettori.
A parte che ogni biografia può contenere cose vere e altre interpretate dal filtro ingannevole e narcisistico del ricordo, il tradimento rinvia all’idea di un patto: l’unico patto però in letteratura è quello dell’interazione tra lettore e testo, un contratto di “veridizione”, un concedere fiducia al testo, grazie al quale il senso del “vero” del “falso” e del “possibile” si costituisce all’interno dello stesso testo senza nessuna verifica fondata su referenti esterni.

Se di tradimento si tratta, La frantumaglia può essere considerata allora un altro racconto in concorrenza con le altre opere che contiene quindi un altro, un ennesimo autore implicito; una specie di mise en abyme dell’icona dell’autore. La proliferazione di autori impliciti contribuisce alla creazione di un simulacro dell’autore reale dalle varie sfaccettature. La corsa di critici e lettori alla ricerca di una certificazione di realtà relativa all’autore, è il rovesciamento dell’atteggiamento di molti lettori dell’800; queste vittime dell’illusionismo romanzesco ad esempio, subissavano di lettere il povero Flaubert per avere chiarimenti sulla corrispondenza tra i personaggi e i luoghi dell’immaginario romanzesco del Madame Bovary e le persone e i luoghi reali della provincia della Normandia; innescavano così un processo di de-finzionalizzazione che li portava a rivivere il romanzo in prima persona. Nel nostro caso l’interesse si è spostato dal personaggio all’autore reale in una ricerca che, nel tentativo di “riportare alla realtà” il vero o la vera Ferrante, rende visibili altri scrittori conosciuti cui si vorrebbe attribuire la paternità delle opere della scrittrice. E’ come se il lettore, il critico, il giornalista, per sfuggire alla trappola tesa dall’autrice, fossero spinti a inseguire questa ossessiva certificazione di realtà, come il protagonista anonimo de Il carteggio di Aspern di H. James, il quale, seguace del metodo di Sainte-Beuve, si immerge in una minuziosa ricerca sulla vita di Aspern trascurandone l’opera.
In questo grande pastiche fatto di autori più o meno reali, lettori, critici, case editrici, il sistema mediatico, e le “ragioni” del mercato come consumo digestivo dell’arte, nessuno può sfuggire all’imperativo di essere visibili. E’ esposto alla visibilità il simulacro dell’autore, in compagnia di tanti ipotetici ma reali scrittori che potrebbero dare corpo e vita al personaggio di Elena Ferrante.

I fedeli lettori probabilmente non vedono l’ora di entrare in quello che Vanni Codeluppi ha chiamato processo di vetrinizzazione (inteso come tendenza alla spettacolarizzazione oltre che per le merci, anche per le persone, sempre più attente alla  promozione e alla cura della propria immagine), in attesa di un grande, universale selfie insieme con l’autore “perduto” e “ritrovato”.

Non sappiamo se le motivazioni iniziali della scelta dell’anonimato siano state  la voglia di riserbo o non ben definite paure; ma ora che il gioco si è fatto duro, la posizione di E. Ferrante potrebbe essere vista nella modalità di chi “non vuole essere visto” e contemporaneamente “non vuole essere non visto”; fermo restando ben visibile il suo simulacro; una situazione a dir poco ambigua in cui l’interessata sembra strizzar l’occhio alla redditività della posizione.
Tanto più che nel delicato passaggio dal privato al pubblico, nell’esporsi, esistono molti modi di proteggere la propria immagine dalle volgarità dell’invadenza. E inoltre, questa sincope, questo scarto tra la parte di ferro e la parte di diamante dell’anello, forse è un impedimento, nella riduzione dell’opera ad esperienza totalizzante di una esistenza solitaria e nascosta, alla partecipazione ai processi intersoggettivamente mediati di ricerca e di costituzione di un senso della scrittura e dell’arte in genere, oggi.

 

P.S. La traduzione del brano di Proust in Contre Saint-Beuve /La Méthode de Sainte-Beuve, Gallimard, è a cura di chi scrive; le citazioni di Sainte-Beuve in Portraits Littéraires-Pierre Corneille, ed. Gallimard; la definizione di “analisi botanica” di Taine è citata dallo stesso Proust; le riflessioni su fatto/evento in J. Lotman, La struttura del testo poetico, Mursia; per il “ritorno alla biografia”, cfr. il numero monografico di "Inchiesta", anno XXX, n. 130; per illusionismo romanzesco, O. Calabrese, Wertherfieber, bovarismo e altre patologie; per il concetto di vetrinizzazione: V. Codeluppi, La vetrinizzazione sociale.

 

Antonio Lagrasta (Corato, 01/10/1940) è vissuto al nord e si è trasferito nel 1992 a Monterotondo. Laureato in filosofia, ha insegnato nelle scuole statali. Si occupa di narratologia e di critica letteraria e cinematografica. Per alcuni anni ha condotto corsi di scrittura creativa presso l'Università Popolare Eretina con la speranza di diffondere un maggior rispetto della lingua. Continua a collaborare con l'università affrontando temi come "Il mito e le sue riattualizzazioni", "Fare filosofia attraverso i film", "Un'idea dei Balcani".

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