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Mauna Kea Edizioni, una casa editrice etica.
Intervista a Raffaella Milandri

a cura di Rosella Rapa

Nella categoria: HOME | Editoria

Ecco una casa editrice marchigiana che ha tutta l’intenzione di dare voce a chi non ne ha: la Mauna Kea Edizioni. Il nome e il logo nascono dal vulcano dormiente delle Hawaii, sacro agli indigeni, e attualmente teatro di una lotta ambientalista. Saranno infatti l’ambiente, l’ecosostenibile e i diritti umani i temi ad essere affrontati nelle uscite imminenti della Mauna Kea. Nel “cratere” del vulcano editoriale sono previsti autori stranieri tra cui Nativi Americani, e dizionari di lingue indigene; ma un appello è per gli autori nostrani. Tra i fondatori Raffaella Milandri, scrittrice e giornalista, che afferma: “Tra le tante persone che scrivono libri, si annidano autori da best seller che aspettano solo di prendere il volo, e che noi abbiamo intenzione di supportare in tutto e per tutto. La nostra ricerca è di scrittori originali e di talento, dalle tematiche anche inusuali, di preferenza legate ad un concetto di letteratura etica, che abbiano una valenza morale e di ispirazione positiva sui lettori. E anche legate alla denuncia di situazioni umanamente difficili, che troppo spesso vengono insabbiate”.

E' con questa premessa che abbiamo dialogato con Raffaella Milandri, fondatrice della Mauna Kea, per capire meglio insieme a lei l'identità di questa realtà editoriale. E anche - diciamolo - per conocerla meglio. Perché molti dei suoi libri noi li abbiamo letti, e ci sono piaciuti tantissimo, ma non avremmo mai pensato che ci avrebbe riservato questa ennesima sorpresa: di passare da scrittrice a fondatrice di una casa editrice. Ecco dunque la nostra intervista.

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Buongiorno Raffaella.

La prima domanda è quasi d'obbligo: come è nato il tuo interesse per i popoli "dimenticati", che non si lasciano assimilare dai "conquistatori"?

Premetto che ho avuto una infanzia molto solitaria, da figlia unica mi trovavo spessissimo, da bambina, a leggere libri di tutti i generi e fumetti ,  a sognare su mappe geografiche e etnografiche, nonchè su testi che parlavano dei popoli del mondo, a scrivere  e a coltivare una fantasia e una curiosità fuori dal comune. Sono sempre stata affascinata dalle diversità culturali e ho sempre trovato qualcosa di sbagliato nella omologazione forzata e nella omogeneizzazione di cultura e tradizioni. Ho iniziato a lavorare molto presto, per assecondare il mio spirito di libertà e indipendenza e quindi essere autonoma nelle mie scelte, pur se questo mi ha costretto a mettere da parte le mie passioni: viaggiare, esplorare, scrivere, studiare culture e diventare un puntino su quelle mappe di paesi lontani, come sognavo da bambina. Nel 2004, dopo aver perso mio padre a causa di quella che chiamiamo convenzionalmente "una brutta malattia" mi sono resa conto che la vita è breve e ne abbiamo una sola per realizzare i nostri desideri e diventare la persona che vorremmo essere. Ho mollato tutto (all'epoca ero amministratrice di una fabbrica e avevo poco tempo per viaggiare, anche se avevo già visitato diverse riserve di Nativi Americani di cui ho sempre amato la cultura) e sono andata in solitaria in Australia, in fuoristrada nelle zone più remote del Kimberly e del Northern Territory, approcciando gli aborigeni australiani.  Quell'anno, da un lato, ho conosciuto mio marito, uno chef inglese, ed è nato l'amore della mia vita, ora vive in Italia con me; dall'altro ho coltivato, nell'anno "sabbatico" che ho vissuto in Australia, le mie passioni per lo scrivere, la fotografia e i popoli indigeni. L'impatto con gli aborigeni australiani è stato fortissimo: persone di una umanità semplice e straordinaria, ma relegate in riserve e private della loro terra e della loro identità. Ho deciso da allora di fare delle ricerche e di esplorare il mondo e, in ogni occasione possibile, visitare popoli indigeni nei più remoti angoli del Pianeta per studiare le loro  condizioni e le loro usanze. Ne è venuto fuori un quadro orribile: Nativi Americani, popoli indigeni in Africa, in Asia, in Sud America, che per migliaia di anni hanno vissuto in totale armonia con l'ambiente e le risorse naturali, senza mai aspirare a ricchezze e conquiste, sono stati prima con la colonizzazione, poi con la avidità di aziende e governi, allontanati dalle loro terre, discriminati e messi in situazioni umane terrificanti. La causa principale? Le ricchezze contenute nei loro territori ancestrali, e quindi l'avidità per queste ricchezze: uranio, petrolio, bauxite, foreste ricche di legname, etc. I popoli indigeni secondo me sono gli Uomini Veri, che vivono nel rispetto della natura e dell'ambiente e che pensano concretamente alle future generazioni.

Ben tre libri dedicati ai Nativi Americani: ti hanno "catturata", non solo "adottata". Cosa ti ha spinta ad approfondire la loro conoscenza, fino a scrivere un dizionario?

I Nativi Americani sono una realtà incredibile, centinaia di tribù dai linguaggi diversi e dalle diverse tradizioni, anche se con una storia comune: quella di un genocidio perpetrato dagli Uomini Bianchi con lo scopo di appropriarsi delle loro terre e di praticare una violenta assimilazione culurale, cercando di distruggerne la identità. Incredibilmente, per una linea “politically correct” dettata da un voluto sdoganamento dalla Madre Europa – dove gli Americani cercavano di dimostrare di essere capaci di amministrare i nuovi territori – i Nativi Americani sono sopravvissuti proprio grazie alle riserve, che ne hanno vietato la dispersione e li hanno tenuti insieme. Quindi, oltre a legami affettivi e speciali con i Nativi Amerivani, che hanno una spiritualità peculiare e un forte legame con la Natura, ritengo importante studiare e divulgare quella che è la loro realtà odierna. Scrivere libri su di essi, e anche un dizionario Lakota, è un modo per rendere giustizia alle discriminazioni di cui sono tutt’oggi vittime, e di rendere omaggio alla loro identità. 

Per il dizionario hai lavorato in collaborazione con Myriam Blasini. Com'è nata l'idea della stesura in coppia?

Fondamentalmente il lavoro del dizionario è molto accurato e minuzioso che richiede una specifica lavorazione e dimestichezza con le lingue, nonchè una particolare struttura mentale logica e deduttiva. Myriam Blasini, oltre che appassionata di Nativi Americani e di culture straniere, era la persona giusta per curare questi aspetti. Io mi sono dedicata alla parte storica, mitologica e dei diritti del popolo Lakota; la Blasini invece ha curato specificatamente il dizionario, con la mia collaborazione, ovviamente. E’ stato un lavoro certosino che ha ricostruito la storia di un linguaggio, e che è un tributo la popolo Lakota. Come dice un personaggio Lakota nel libro: “ Se non parlassimo Lakota, saremmo anche noi Uomini Bianchi”.

Nei tuoi viaggi in solitaria non hai mai paura? C'è un episodio che ti è rimasto particolarmente impresso?

Io ho sempre paura. Difficoltà ce ne sono state sempre molte, ma le ho sempre superate per portare avanti una causa  importante , quindi per fare qualcosa per gli altri, e per un ideale superiore di uguaglianza tra gli uomini. Innanzitutto mi sono sempre autofinanziata, quindi ho sempre effettuato viaggi con risorse limitate, e in solitaria perchè le mie indagini richiedevano assoluta discrezione. Ho quindi sempre viaggiato in incognito, svelando le mie tappe spesso solo alla Ambasciata o al Consolato Italiano del Paese. E spesso ho improvvisato il programma di viaggio in base ai risultati delle mie ricerche. Sono coraggiosa? Sì, nel senso che affronto le mie paure. Io ho sempre paura. In Camerun, sono stata minacciata e inseguita da persone malintenzionate che non volevano che indagassi sulla situazione dei remoti villaggi indigeni dove stupri, rapimenti e schiavizzazioni erano all'ordine del giorno; in India, ho partecipato a riunioni di attivisti locali minacciati di morte perchè cercavano di difendere le loro terre dagli interessi di una multinazionale, e qualche qui sono stata minacciata insieme all'interprete che mi accompagnava; in Botswana invece ho avuto un a tu per tu con un leone che ricorderò per tutta la mia vita, ma mi sono salvata; in Nepal ho avuto un altro faccia a faccia pericolosissimo, con un rinoceronte, mentre  indagavo sul bracconaggio nel parco Chitwan. In Papua Nuova Guinea, sono rimasta coinvolta in una sommossa tra lacrimogeni lanciati dalla polizia e gente armata di machete, poi sorvegliata a vista da una guardia mentre per le strade risuonavano spari. Ma tra tutti questi rischi e pericoli, la volta che ho pensato seriamente di morire è stato quando il  mio fuoristrada è affondato in un fiume in Alaska. Insomma credo che ce ne sia per tutti i gusti. Ma attenzione, solo dopo molta esperienza, sangue freddo, sesto senso e fortuna posso dire che sia sempre andata bene e che potrò affrontare nuove situazioni in futuro, sempre per i diritti di un popolo da salvare  e per dare voce a chi non ne ha.

Cosa ci puoi dire di Mauna Kea Edizioni? Ho visto che si tratta di una casa editrice con scopi ben precisi, diversi dal profitto, e che tu sei fra i fondatori.

In realtà il progetto di Mauna Kea, che è stata recentemente affiancata anche dalla Mauna Loa Edizioni, nasce da due esigenze: la prima che, come autrice di libri, mi sono trovata abbastanza insoddisfatta del rapporto con le case editrici e voglio offrire  una collaborazione vera, un supporto reale agli autori che valgono; la seconda, che voglio dedicare uno spazio dedicato alla letteratura etica, a quelle pubblicazioni che, come i miei libri, si occupano di problemi di diritti umani e discriminazioni. Chiaramente i popoli indigeni hanno, nel marchio Mauna Kea, una grande importanza. Ho già pubblicato “Voyager” di Lance Henson, un autore Cheyenne, e a breve uscirà un libro di un artista Lakota, quindi gli autori Nativi Americani hanno una corsia preferenziale. Quanto al discorso del profitto, certo lo scopo primario non è lucrare sulla letteratura, ma visti i chiari di luna in campo editoriale e librario, occorre evitare una azione auto-distruttiva tipo kamikaze! Quindi prima di tutto la casa editrice con i due marchi deve essere un organismo in salute anche economicamente, per poter avere vita lunga. Per ora, l’investimento è pubblicare opere che non siano “commerciali” e dare voce a chi non ne ha, e a tematiche importanti. La Mauna Loa invece si sta dedicando ad autori italiani contemporanei, la prima uscita ad esempio è stata due mesi fa un bellissimo thriller, “”Rimini Criminale”. Finora, tra Mauna Kea e Mauna Loa il catalogo conta 13 uscite in meno di un anno, inclusa una collana ad alta leggibilità. Utilizzare i libri per raccolte fondi è un progetto in cantiere, ma scarsamente praticabile, almeno per ora. La crisi del coronavirus ci ha imposto un drastico fermo a presentazioni e iniziative culturali.

Vuoi parlarci un po' di te? Chi sei, cosa ti piace?

Sono una stakanovista, ormai da anni porto avanti il mio lavoro principale, che è di consulente di marketing, la mia opera di autrice, e la presidenza di una associazione no-profit, la Omnibus Omnes. Ora ho aggiunto l’impegno della casa editrice e, affannosamente, porto avanti anche gli studi in antropologia alla Università di Bologna. Cerco di fare tutto al meglio, con i miei limiti. L’ultimo successo di grande soddisfazione è aver raccolto i fondi con la Omnibus per donare un ventilatore polmonare all’ospedale della mia città, in emergenza covid-19. Alle volte mi sento esausta, mi sembra di scalare una montagna dopo l’altra. Ma mi spinge sempre la molla di fare cose utili a livello sociale, per me stessa probabilmente non avrei tanta forza.

 

La casa editrice

https://maunakea.biz/

Via Nazario Sauro 50 – 63074 San Benedetto del Tronto (AP)

Telefono 0735 757457

 

Alcuni libri in catalogo






Quaderni del carcere. Antologia, a cura di Mario Di Vito
Rimini Criminale, di Luca Cafaro

 

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